MICHAEL SPENCE: L’IMPORTANZA DEI PAESI EMERGENTI
Tutto esaurito al teatro Sociale per l’ultimo evento del festival dell’economia 2009
Dopo la crisi, scenari dominati dalle dinamiche di Cina e India
La chiusura della quarta edizione del festival dell’Economia – nella splendida cornice del teatro Sociale - è stata affidata al premio nobel 2001 Michael Spence, introdotto dal responsabile scientifico dell’evento Tito Boeri. Una relazione, la sua, dedicata agli scenari del dopo-crisi di medio e lungo periodo, centrata in particolar modo sul ruolo dei paesi emergenti, su tutti Cina e India.
In apertura Boeri ha ricordato alcuni dei momenti più importanti del festival di quest’anno, in particolare la formula – introdotta per la prima volta – dei processi pubblici, della quale hanno fatto le spese gli stessi economisti. Boeri ha sottolineato peraltro la vitalità e la capacità di autocritica manifestata dalla categoria in un’edizione certamente non facile perché coincidente appunto con la crisi economica internazionale, nonché la disponibilità a confrontarsi con altre discipline, in particolare con la psicologia (come in passato era stato per la sociologia).
Venendo a Spence, presidente della Commissione sulla crecsita e lo sviluppo patrocinata dalla banca mondiale e docente a Stanford, Boeri ha ricordato il suo contributo fondamentale nel campo dell’asimmetria informativa: in sostanza questo approccio teorico spiega come si “vende” un prodotto (da un fondo d’investimento a un titolo di studio elevato) lanciando segnali rassicuranti ai potenziali compratori (un cliente, un datore di lavoro) in un clima di incertezza che rende difficile per l’acquirente valutare quale sia il migliore comportamento da adottare. La teoria di Spence, però, ci serve anche a capire la genesi della crisi, la sua evoluzione, le sue possibili vie d’uscita. A Trento il nobel ha scelto di parlare soprattutto di questo: come uscire dalla crisi e quale comportamento devono tenere come il G20 per ridurre le diseguaglianze mondiali. “Le due cose – ha chiosato Boeri – sono strettamente correlate.”
Spence è partito illustrando innanzitutto brevemente la genesi della crisi, originatasi nel sistema finanziario statunitense. Il sistema di regolamentazione dei mercati finanziari di stampo anglosassone ne è uscito completamente screditato. Anche il capitale che fuoriusciva dai paesi avanzati dirigendosi verso i paesi in via di sviluppo è venuto meno, causa la stretta creditizia. Si sono abbassati i consumi, e a risentirne sono stati gli scambi commerciali e, quindi, di nuovo, i paesi emergenti.
Nel riemergere dalla crisi, Spence si è detto sicuro che non torneremo ad uno scenario identico a quello di prima. Ci sarà un “nuovo normale”, il settore finanziario sarà molto più strettamente regolamentato, forse persino troppo, i margini di riserva saranno più elevati, il costo del capitale superiore, e complessivamente, per effetto di tutte queste variabili, la stessa crescita sarà un poco minore. Maggiori risorse saranno destinate ai risparmi (quelli delle famiglie negli Usa si erano azzerati). Bisognerà quindi cercare di colmare il deficit della domanda. "Se gli americani devono tirare la cinghia a spendere potrebbero essere i paesi in via di sviluppo, che in passato hanno risparmiato di più. I cinesi ad esempio hanno un’altissima propensione al risparmio. Se invece non riusciamo a colmare il deficit della domanda è probabile che i paesi si orienteranno verso il protezionismo, al fine di trattenere all’interno la propria domanda e bloccare i competitori esterni."
Qual è lo scenario di lungo epriodo sul quale si proietta la crisi? L’economia globale, negli ultimi 30 anni, è cambiata in maniera spettacolare. 30 anni fa solo il 16% della popolazione viveva in paesi sviluppati, la gran parte dell’umanità in paesi poveri. La crescita spettacolare di Cina e India ha fatto si che oggi il 60% della popolazione mondiale viva in paesi avanzati o ad altissimo tasso di crescita. Verso la metà del secolo - se non subentreranno eventi assolutamente eccezionali - circa due terzi dell’umanità vivrà in contesti "avanzati”, per quanto riguarda non solo reddito ma consumo energetico e quant’altro.
Uno degli effetti di questo cambiamento epocale è che il G20 sta subentrando al G7 nel coordinare lo sviluppo economico mondiale. Questi 20 paesi esprimono nel complesso il 90% del pil mondiale. Ai tassi di crescita attuali l’India e la Cina nei prossimi decenni supereranno, insieme, gli Usa o la Ue, in termini assoluti; successivamente la Cina supererà quegli stessi competitors da sola.
Cosa ne è dei paesi che dal G20 restano fuori? Questi 120 paesi circa sono paesi poveri, per molti versi impotenti di fronte alla crisi attuale. Non hanno riserve, non riescono a stabilizzare le loro valute. Sono però importanti: se nell’economia globale un terzo delle persone vengono escluse dalla crescita si genereranno fatalmente nuovi problemi globali. In ultima analisi, i paesi del G20 hanno una missione storica su tutte: aiutare e sostenere tutti gli altri. Ciò con riferimento a molti campi: se cresceranno improvvisamente i prezzi dei generi alimentari, come successo lo scorso anno, molte persone moriranno di fame; se l’impatto dei cambiamenti climatici sarà conforme alle peggiori previsioni, bisognerà aiutare chi vive nei paesi meno sviluppati a difendersi dai suoi effetti più perniciosi (alluvioni, carestie, siccità ecc.).
Torniamo però a Cina e India: qui si è registrato un calo enorme della povertà a partire dagli anni '70- ’80. L’India ha ancora molta strada da fare. In Cina si è registrata una riduzione enorme della povertà complessiva ma una crescita molto più “spinta” dei redditi alti: la disuguaglianza qui è simile ormai a quella esistente negli Usa. C’è stato anche un calo della popolazione rurale e una rapidissima urbanizzazione (più rapida in Cina che in India).
La crisi finanziaria ha impattato anche su questi paesi, ma è probabile che saranno i primi a riprendersi. Secondo alcune previsioni Cina e India conosceranno entro la fine del 2009 una crescita dell’8-10 % mentre le economie avanzate solo verso la fine del 2010 ricominceranno a crescere.
I paesi asiatici continuano d’altro canto ad avere rapporti difficili con l’Fmi, per l’atteggiamento autoritario che il Fondo ha avuto in passato. Vedremo in futuro come si evolverà la situazione.
In generale, comunque, la crescita mondiale sarà trascinata dai paesi in via di sviluppo più dinamici, anche se questi non si sostituiranno ai paesi occidentali, che detengono pur sempre ancora il 65% del pil. Ci sono anche altre dinamiche da considerare: i paesi avanzati invecchiano, ci sono problemi con i loro sistemi pensionistici, e problemi anche ad accrescere la vita lavorativa fino a 70 anni almeno. Al tempo stesso si registra uno squilibrio fra domanda e offerta di lavoro, solo in parte colmata dai fenomeni migratori. In futuro possiamo aspettarci disoccupazione giovanile diffusa e questo è un problema molto grosso. L’altro grosso problema è: tutto il mondo può consumare nello stesso modo in cui consumiamo noi, agli stessi livelli, con le stesse emissioni, senza distruggere il mondo? Probabilmente no, tenendo conto delle previsioni riguardanti il cambiamento climatico. I paesi avanzati chiedono a Cina e india di tagliare le emissioni, che però osservano come i principali responsabili delle emissioni di co2 siano Usa e Europa. Ragionevolmente i paesi industrializzati dovranno calare le loro emissioni mentre quelli in via di sviluppo le accresceranno. Bisognerà premere dunque il pedale dell’efficienza energetica con maggiore vigore, ma quel che è certo è che questo tema sarà uno dei fondamentali delle agende dei prossimi 10 anni.




