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ORGOGLIO INDUSTRIALE PER USCIRE DAL SENSO DI DECLINO

01/06/2009

Antonio Calabrò e la scommessa italiana contro la crisi

“Orgoglio industriale. La scommessa italiana contro la crisi globale” è il titolo del nuovo libro di Antonio Calabrò.


Antonio Calabrò nella sezione del Festival dedicata agli incontri con l’autore si definisce “esperto di scommesse” ed in quanto tale autore di un libro che ha come primo scopo quello di smantellare il “declinismo” che ha attanagliato l’Italia in questi tempi di crisi.   Attualmente direttore degli affari istituzionali e delle relazioni istituzionali della Pirelli, “Calabrò  è prima di tutto un giornalista, è stato vice direttore del Sole 24 ore e ora anche docente alla Bocconi” così introduce la presentazione del libro Tonia Mastrobuoni, curatrice di "Incontri con l'autore". “Il mio è un libro-inchiesta, è un antidoto alla nuova moda del declinismo che ci fa credere che il nostro paese sia affetto da una discesa irreversibile. Invece esiste un tessuto sano fatto imprese medie e medio grandi che hanno  fatto vincere all’Italia la sfida dell’euro e della globalizzazione” così Antonio Calabrò parla del suo libro.
Raffaele Bonanni, direttore generale della Cisl, prosegue: “ Il sindacato ha sempre spinto il paese  in controtendenza al declinismo.  Molte piccole e medie aziende hanno saputo ristrutturarsi e ricavarsi delle nicchie nel mercato internazionale con il made in italy che ha resistito nei momenti di crisi. Nel mondo la nostra produzione si mantiene bene soprattutto dal Nord Est. Se sappiamo valorizzare e sostenere l’innovazione sapremo uscir dalla crisi meglio di prima.
Interviene il presidente dell’Università di Trento, Innocenzo Cipolletta: “Il libro di Calabrò è qui per smentire il luogo comune del declinismo, infatti eravamo riusciti  a far capire la ristrutturazione che era in corso in Italia ed anche l’ISTAT diceva che la crescita italiana nel 2006 era più forte, ma poi è  arrivata la crisi e ci siamo dimenticati dei risultati raggiunti. Gli italiani tendono a dividere sempre e solo tra bene e male e in genere  dicono che va male. Il “Miracolo” economico, non è stato un evento mistico, ma il prodotto di uno sforzo enorme che l’Italia ha fatto per passare da un’economia medioevale a un’economia industriale. Un  miracolo è qualcosa che uno non merita e viene da un essere trascendente e non si ripete due volte. Infatti le istituzioni, invece di capire cosa fosse successo per studiare i meccanismi del boom economico degli anni ’60, lo hanno definito miracolo. Dal 2000 al 2007 l’Italia  ha affrontato due sfide: la globalizzazione e la moneta unica. E se  è vero che dal 2001 al 2003 una metà di industrie registrava una crescita bassa, l’altra metà cresceva. Il sistema economico si stava ristrutturando: si esportavano più valori e meno quantità. Ci spostavamo a produzioni con più valore aggiunto. I nostri statisti vedevano solo la quantità.
Prosegue Antonio Calabrò: ”Questo libro è un’ istantanea di un periodo dell’economia italiana dove si è pensato all’industria solo in termini di grande industria. Il paese invece è vario. Dobbiamo abbattere l’idea che il nostro paese abbia un destino ineluttabile. Dal 1949 al 1963 l’Italia ha saputo scrivere una grande pagina di politica industriale nel mezzo di problemi sindacali, di tentativi di svolta a destra come quella del ’60. La crescita italiana viene da lontano e non è un miracolo. Negli anni ‘70, gli anni di piombo, in una parte del paese, fuori dal miglio quadrato delle forze dirigenti, nella zona tra Torino e l’Emilia si costruiva impresa, facevamo i cinesi negli anni ‘50 copiando i tedeschi, ma da qui è sorto  un impero di piccole imprese manifatturiere. Molte di queste imprese si sono unificate e dobbiamo contarle come  distretti, come filiera di aggregazioni. 4600 imprese medie e medio grandi ci rendono il maggiore produttore d’Europa, secondo solo alla Germania. Siamo forti  non solo nel manifatturiero oltre ad arredamento, abbigliamento e alimentari, siamo forti  nell’automazione industriale, nella produzione di macchine utensili, molti non lo sanno. Siamo un paese competitivo nel micro, non nel macro. Non bisogna piangere su un declino che non c’è, ma che evocandolo può diventare un pericolo reale”.









 

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