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QUELLE DECISIONI SBAGLIATE

01/06/2009

La dura lezione della crisi giapponese, oggi alla Facoltà di Economia”

Kashyap: “Occorre una regolamentazione coordinata a livello internazionale. Oltre al piano di sviluppo, le imprese devono averne uno per la propria morte: veloce e indolore”

Riflettere sui propri errori è un buon modo per cominciare a migliorare le cose. E i relatori ospiti del Festival dell’Economia di Trento sembrano aver accettato la sfida. Anil Kashyap, docente di Economia e Finanza alla University of Chicago Booth School of Business, ha offerto al popolo del Festival un’ampia riflessione sulla crisi economica che ha interessato di recente il Giappone: un caso interessante per capire le dinamiche della crisi globale. L’economista, in collegamento video da Chicago, ha risposto alle domande poste da Vincenzo Galasso, economista de lavoce.info e dal pubblico attento alla Facoltà di Economia.
Ma cosa è successo in Giappone negli anni Novanta e perché questo è stato definito dagli economisti “il decennio perso”? “Il Paese ha attraversato una crescita esponenziale negli anni Ottanta e nel 1989 ha raggiunto il suo picco. Poi si è avuto un rapido declino del mercato immobiliare, che nel 1997 ha iniziato a creare fallimenti e problemi a livello finanziario. Nell’ultima parte della recessione molte istituzioni finanziarie sono state nazionalizzate perché si trovavano in difficoltà. Ciononostante l’economia si è ripresa molto lentamente. Questa dinamica si verificherà probabilmente anche in Europa. Ma se i salvataggi non funzionano bene e se le banche non vengono ben ricapitalizzate, come è successo in Giappone, la situazione si può sostenere solo per poco tempo. Mantenere in vita delle aziende che non erano redditizie ha peggiorato la situazione. Una cosa che però possiamo senz’altro imparare dalle politiche messe in atto in Giappone è stato l’obbligo messo alle banche di non nascondere i problemi.”
Alcuni economisti ritengono che sarebbe questo un buon momento per sciogliere i nessi tanto stretti tra le banche e le imprese, proprio come si è tentato di fare in Giappone. “Ora la priorità è quella di risolvere la crisi”, commenta Kashyap. “In sé non c’è nulla di male nell’avere rapporti stretti. Il problema è quando le imprese iniziano a nascondere le difficoltà per restare a galla sul mercato. Un problema che viene aumentato anche quando ci si trova in un periodo di deflazione, che ha l’effetto di ritardare gli acquisti. Se le banche vogliono continuare a prestare capitali ai mutuatari, il settore deve essere regolamentato.”
I tassi di interesse molto bassi sono stati accusati da alcuni di essere responsabili della crisi, mentre altri discutono sull’origine finanziaria del tracollo globale. “Il problema principale è stata la mancanza di un controllo adeguato sull’andamento del mercato. All’inizio del 2008 era facile capire che le banche americane ed europee non avevano abbastanza capitale per assorbire le perdite e per espandere i propri bilanci. Non riuscivano più a dare credito. A settembre il governo ha lasciato fare al mercato. Le banche hanno ridotto aggressivamente la loro possibilità di dare credito. Quando il governo è finalmente intervenuto ha stabilito una serie di incentivi per far sì che le banche si ricapitalizzassero. Ma il piano non è stato adeguato: hanno diagnosticato male il problema ed è stato perso troppo tempo, invece che insistere, come si doveva fare, sulle regole relative ai fallimenti.”
La crisi ha assunto in breve tempo delle proporzioni globali. Il caso della General Motors è, in questo senso, emblematico, perché fa entrare in gioco direttamente i governi di diversi Paesi. Siamo alla globalizzazione della politica? “La General Motors è una sorta di buco nero e si rischia di buttare i soldi dei consumatori per salvarla. Tutti cercano di scaricare le responsabilità su altri. Molto dipende dal fatto che è mancata una corretta diagnosi del problema. Sarebbe potuta arrivare al primo vertice del G20, ma nessuno era certo di quello che sarebbe accaduto. Il coordinamento è assolutamente necessario, soprattutto per l’aspetto fallimentare. Il sistema di regolamentazione statunitense è pieno di falle e in Europa c’è molta confusione, perché la Banca centrale non ha alcun potere di controllo sulle banche nazionali. La mancanza di una struttura unificata dal punto di vista giuridico e di una regolamentazione coordinata a livello internazionale crea situazioni perenni e ingestibili di stallo, come è avvenuto per Lehmann. La mia proposta è quella di ordinare a tutte istituzioni finanziarie di avere un “piano per la propria morte”, come avviene per il proprio sviluppo. Un piano di discontinuità per le imprese, che le stesse dovrebbero istituire consultando il regolatore finanziario di riferimento per definire l’iter da seguire in caso di difficoltà, per  chiudere in modo veloce e più indolore possibile”.











 

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