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LO STRAPAESE E’ PIU’ FORTE DELLA GLOBALIZZAZIONE

01/06/2009

Il sociologo De Rita affronta il rapporto tra terra e comunità

L’Italia è un capitalismo territoriale. E questo le permette, contrariamente a molti altri Stati, di tenere botta nei momenti difficili. Le  identità corte, la realtà vissuta con il territorio rappresentano da più di cinquant’anni la nostra garanzia di successo.


“Come mi dice sempre bonariamente Giuliano Amato, non ho la cultura della Torre Eiffel. Vedo le cose terra a terra”. Esordisce utilizzando queste parole il sociologo Giuseppe De Rita, membro della Fondazione  Italia Usa nonché uno dei padri del Censis, per aprire il suo incontro a Palazzo Geremia. Ad ascoltarlo una sala gremita di gente. Il tema d’altronde è di estrema attualità.
In un epoca di crisi come quella che stiamo attraversando, l’esigenza di trovare la propria identità in una comunità, è forte. E non solo tra il popolo dello scoiattolo. Ad interrogarsi sui modi più giusti per farlo anche numerosi dei relatori giunti a Trento per questa quarta edizione del Festival dell’Economia.
De Rita non ha dubbi: l’ancora di salvezza, la carta vincente per non diventare “soggetto dimenticato” sta nel rapporto che si instaura con il territorio. Prendiamo, ad esempio, la recessione che tanti sonni ha e sta turbando. Che hanno fatto i governi? Hanno cucito solamente toppe  mostrando tutta la loro inadeguatezza. E questo perché – spiega De Rita -sono Stati funzionali anziché sovrani. Al contrario la crisi è stata riassorbita, in maniera egregia, all’interno di decine di territori (dalle famiglie ai comuni passando per le associazioni).
“ Diciamocelo chiaro – incalza il sociologo – una congiuntura che aveva tutti gli ingredienti per creare più danni di un gigante meteorite si è invece ridistribuita su milioni di lavoratori, su centinaia di migliaia di piccole imprese ma soprattutto si è decompresso sui territori. Certo, ognuno di loro ha avuto la sua crisi ma poiché gli effetti negativi sono stati, come detto, decompressi, il cratere non si è formato”.
“Tutto questo, si chiede De Rita, è un fatto retrogrado sul piano dell’identità collettiva? E ancora: l’identità italiana verso che direzione va? Per rispondere è necessaria una premessa: l’identità viene dalla relazione. Il soggetto infatti non si ritrova in una identità già data. Detto ciò, si può affermare tranquillamente che quella italiana sta andando verso il suo interno. Vi è cioè una regressione dalla relazione pubblica a favore di una più intima.
“L’italiano medio – spiega l’ex presidente del CNEL - non ha mai avuto una relazione con il mondo. O meglio l’ha avuta in parte ma essa era vuota, fatta di titoli giornalistici, di tam tam. La relazione attraverso i media non è relazione. E’ solo mero flusso informativo. Una realtà mediata, ad esempio dalla televisione o dalla radio, non può infatti definirsi tale”.
Ecco allora che, in un momento di difficoltà economica, la realtà diventa a raggio piccolo anziché a raggio lungo. La relazione diventa di prossimità, assumendo un rapporto forte con la terra.
L’argomento, afferma provocatoriamente Giuseppe De Rita, è stato studiato poco in termini accademici nonostante gli italiani siano un popolo che con la terra ci vive e sulla quale hanno costruito. Sebbene ammetterlo ci costa fatica va detto:  siamo tutto tranne che un popolo di grandi navigatori.
Uscito da un periodo negativo l’agricoltura, dunque, è tornata in auge. Ci troviamo di fronte ad una produzione di grande levatura; i giovani stanno pian piano riprendendo a coltivare la terra ed il flusso turistico che si sta generando attorno agli agritour e i piccoli borghi è più che buono. Stiamo, in altre parole, assistendo ad un ritorno al passato e non ad una semplice moda. Stiamo ritornando, “per dirlo alla De Rita”, ad un rapporto antropologico che diventa, a sua volta, nuova identità.
La terra sta divenendo una metafora di una cultura che nelle realtà più avanzate del Paese non ha più nulla della vecchia cultura agricola. Il moderno insomma nasce nel rapporto con la terra, con i vincoli che essa ha. Ci stiamo riapprocciando alla sapienza dei limiti, ad un meccanismo di sfida psicologica.
“L’italiano medio – ribadisce Giuseppe De Rita – ha bisogno di un’identità che non può più essere data dal flusso delle opinioni. Quello che regge nel nostro Paese sono le campagne, i modi di vivere dei paesini”.
Un dubbio sorge spontaneo: non è che ci fidiamo troppo del valore del territorio e parimenti ci allontaniamo dalla mentalità della finanza mondiale, da un confronto globale, dall’accettazione dello straniero?
“Il rischio c’è – risponde il professore – ma se la nostra identità continua ad essere governata dai media, dalla cultura medio-borghese, la realtà diventa poltiglia. La terra, al contrario, crea non solo identità ma anche una comunità di persone. Nei paesini non sussistono quasi mai problemi di integrazione. La difficoltà di accettazione dell’altro vige nelle periferie urbane, laddove il rapporto con la collettività non c’è. Ricordiamocelo: una prossimità non è mai escludente”.
Il rapporto con il territorio, in sintesi, dà forza, tenacia nel fare il nuovo, ha creato una cultura tipica italiana basato sul valore della famiglia e della patrimonializzazione. Elementi dimostratisi, ancora una volta, vincenti. Elementi che hanno sottolineato la bontà dello Strapaese.