ITALIA, LA RINASCITA AFFIDATA ALLA SOCIETÁ CIVILE
Come recuperare il terreno perduto? Fabrizio Zilibotti al “Forum”
Per recuperare il terreno perduto l’Italia avrebbe bisogno di un nuovo protagonismo della società civile e di nuove forme di organizzazione politica. Il federalismo può aiutare ma dev’essere introdotto gradualmente per non provocare troppi squilibri.
“L’Italia ‘sopravviverà’ alla crisi grazie alla creatività che sanno esprimere le sue piccole e medie imprese, ma per recuperare il terreno perduto occorre che l’opinione pubblica si autorganizzi, creando nuovi tessuti di partecipazione attorno alla deriva populista che questo paese sta vivendo. E’ auspicabile che entrino in gioco nuovi soggetti politici. Il federalismo è una buona cosa perché trasmette potere alla società civile, ma deve avvenire in modo graduale. Ciò che servirebbe all’Italia in questo momento è l’introduzione di una imposizione fiscale perfettamente individuale: ogni persona paghi in base a ciò che guadagna. Servirebbero inoltre generosi sussidi pubblici alle scuole dell’infanzia e congedi parentali al fine di promuovere una attiva partecipazione al mercato del lavoro, in particolare delle donne. Tutto ciò costa naturalmente, ma costa molto di più tenere fuori dal mercato del lavoro grosse quote di popolazione”. E’ la ricetta di Fabrizio Zilibotti, docente di Macroeconomia ed Economia politica all’Università di Zurigo, protagonista al “Forum”, coordinato da Pierangelo Giovanetti, direttore de l’Adige, al Castello del Buonconsiglio.
“La crisi è seria – questa la conclusione di Zilibotti – e una dose ragionevole di misure congiunturali sono certo auspicabili. Non è vero però che quanto più si spende e tanto meglio è. L’Italia ha bruciato troppe risorse indebitandosi quando non era necessario, ora non può ignorare il vincolo di bilancio. Ma occorre vedere la crisi per ciò che può dare di positivo nel medio periodo: la distruzione delle imprese inefficienti può creare opportunità per nuovi soggetti, ad esempio, così come occorre cogliere l’occasione per investire in capitale umano e non , come si sta facendo, tagliare i fondi per l’istruzione, che è una cosa assurda. Razionalizzare e rendere il sistema scolastico e universitario è una buona cosa ma tagliare gli investimenti in questo settore non ha senso quando si deve investire nel futuro”.
“La crisi è anche un’occasione per fare le riforme, a partire da quella pensionistica, come fece ad esempio la Svezia negli anni ’90. In Italia però non se ne parla, si parla piuttosto delle vicende private dei politici”. Giusto dare sussidi ai lavoratori colpiti dalla crisi? “Giusto, ma difendere i lavoratori non deve significare difendere i loro posti di lavoro. Una caduta del 10 per cento del reddito in un anno non è certo un bene ma non è nemmeno una catastrofe, il problema si crea quando i costi vengono fatti ricadere sui cittadini in modo asimmetrico”. Insomma, per Zilibotti “c’è il rischio di gettare il bambino con l’acqua sporca: il meccanismo di mercato si è dimostrato capace di creare ricchezza e diffondere benessere, ma l’idea che questo possa avvenire nel vuoto istituzionale e di regole è sbagliata”.
Istruzione superiore, capacità innovativa, familiarità con le tecnologie informatiche, conoscenza dell’inglese, mercati concorrenziali, flessibilità occupazione sono per Zilibotti i fattori chiave per uscire con successo dalla crisi, ma l’Italia su questo arranca e le riforme non arrivano. Né i governi di centro destra né quelli di centro sinistra offrono però sufficienti garanzie: i primi perché difendono particolari monopoli, non credono alle liberalizzazioni (vedi il caso Alitalia), sono mossi da un sentimento di anti-intellettualismo che condiziona negativamente la politica dell’istruzione e della ricerca, operano crociate populistiche che producono nuove rigidità (vedi la politica anti-immigrazione). I secondi non hanno fatto molto meglio e sono apparsi inerti e poco creativi, arroccati in difesa delle politiche di welfare; non credono nella flessibilità del mercato e non promuovono l’eccellenza, quella accademica ad esempio, a causa di una distorta visione di equità.
Conclusioni alle quali Zilibotti arriva riflettendo sulla genesi del Miracolo Italiano che si è determinato nel dopoguerra. Nel periodo 1950-1991 il prodotto pro capite crebbe in Italia ad un ritmo del 3,8 % all’anno, dal 1991 al 2008 la crescita è stata appena dell’1,2 %. A rendere possibile il Miracolo furono due fattori: l’elevata propensione al risparmio orientato all’investimento ed il progresso tecnologico. Aiutarono molto il Piano Marshall, la possibilità di introdurre a basso costo tecnologie già in uso altrove, la limitata crescita salariale nell’industria (favorita dal declino del settore agricolo e dalla migrazione interna), un’attiva politica industriale, la crescita del commercio estero e l’integrazione europea, tutte cose che si sono cementate nell’affermarsi di una democrazia come valore condiviso a partire dal processo costituente repubblicano. A pagare fu, soprattutto, il ruolo forte esercitato dallo Stato in termini di politica industriale, non solo in Italia ma anche in Francia e in Giappone, meno in Germania e nei Paesi Nordici.
Cosa è accaduto negli ultimi vent’anni? “Vi sono state distorsioni fiscali, mercati poco competitivi, una eccessiva regolamentazione ed intervento pubblico, incentivi rovinati dagli eccessi redistributivi del welfare state, mercati del lavoro troppo rigidi. Oggi però non ha senso dividere le istituzioni in ‘buone’ e ‘cattive’ rispetto al loro operare, meglio parlare di istituzioni appropriate e inappropriate”.




