MERCATO GLOBALE: LE PMI SPERANO CHE LA CRISI SIA BREVE
Lo dicono gli economisti del GEI che lavorano a fianco delle imprese
I soci del Gruppo Economisti d’Impresa a Trento per la loro assemblea annuale
A Trento per celebrare la loro assemblea annuale, i soci del Gruppo Economisti d’Impresa hanno voluto offrire al Festival dell’Economia 2009 un loro autonomo contributo, frutto di un’esperienza ventennale elaborata accanto alle imprese e comunque nel cuore del mercato (nelle industrie, nelle banche, nelle associazioni, nei Centri di ricerca). Ed ecco allora che stamani, presso l’Aula Kessler di Sociologia, Lorenzo Stanca, presidente del GEI, e alcuni soci (Alessandra Lanza, Giorgio Barba Navaretti, Vittorio Maglia, Pietro Modiano e Giuseppe Morandini) hanno condiviso in una tavola rotonda i risultati del loro lavoro sul campo, quello che ti “sporca” le mani ma che ti permette anche di elaborare meno teoria e di essere più pragmatici.
La forza del mercato Italiano, sullo scenario della globalizzazione, è stato detto, viene soprattutto dalle piccole e medie imprese, quelle per capirsi che fatturano dai 10mila ai 150mila euro all’anno. Diciamo che le imprese con meno di mezzo milione di fatturato, sono responsabili dei due terzi della produzione industriale, investendo in qualità ed in innovazione del prodotto e dei processi produttivi, ma andando anche all’estero, accettando quindi la sfida del mercato globale. Sta soprattutto qui la forza dell’economia produttiva italiana.
E la crisi?
La crisi è arrivata quando questo settore era nel pieno di un processo di trasformazione e di consolidamento, che ha visto tantissime aziende italiane delocalizzarsi e affrontare i mercati esteri dal loro interno. “Ma se fosse capitata diciamo nel 2000 – ha detto Giorgio Barba Navaretti, - i risultati sarebbero stati più drammatici!”. Oggi, infatti, abbiamo l’euro, che costituisce una forza, uno scudo per le imprese, mentre la fase di internazionalizzazione delle nostre imprese di cui parlavamo prima è già abbastanza consolidata.
Attenzione, però: bisogna che la crisi non faccia scattare barriere protezionistiche nei nuovi mercati; bisogna che la filiera del credito sostenga le esportazioni e le importazioni; bisogna che gli shocks internazionali siano i meno violenti possibile; bisogna insomma che i grandi Paesi industriali del mondo e quelli Paesi con economie emergenti ed in via di sviluppo non cambino le strategie che hanno fin qui favorito le internazionalizzazioni e la globalizzazione.
Certo, la crisi determinerà una selezione anche dura, tra le imprese che hanno delocalizzato o che hanno intrecciato relazioni con l’estero. Questa selezione si è già avvertita specie in quei Paesi “lontani”, nei quali è più costoso far arrivare tecnologie e dai quali è ancor più costoso far rientrare eventualmente i prodotti finiti. Eppure quelli sono anche i Paesi in cui gli indici di crescita e quindi di profitto sono maggiori. Ma la selezione colpirà pure le imprese che si dedicano a realizzare prodotti non finiti: le loro filiere di riferimento possono collassare e mettere in crisi, ad esempio, i luoghi di “produzioni specifiche”, come gli scarponi di Asolo, gli occhiali del Cadore, i mobili della Lombardia...
Come uscirne? Rafforzando le imprese, puntando sul rafforzamento dei processi produttivi, alleandosi e diventando così più forti, ma anche non rinunciando se possibile ai mercati esteri nei quali si è già posizionati, perché la crisi prima o poi passerà. “Meglio prima, meglio presto – è stato l’auspicio molto concreto de pragmatico degli economisti del GEI, - perché le prospettive e le conseguenze di una crisi a lungo termine sono veramente drammatiche”.
Insomma, per concludere: la crisi economica accelera la selezione, dopo la quale rimarranno sul mercato solo i più forti (oppure quelli che hanno saputo meglio resistere attingendo magari a riserve di risorse pregresse). Non ha comunque senso uscire oggi al mercato globale, perché negli stadi finali della crisi si potrà cominciare a beneficiare del fatto di essere già lì, presenti e operativi in quei Paesi nei quali assisteremo a crescite considerevoli.
E’ importante però che le banche e il circuito del credito sostengano le PMI che tengono duro, finanziando sia le esportazioni che le importazioni. Il governatore della Banca d’Italia Draghi è stato a questo proposito molto chiaro: su 11mila imprese globali, ben 6mila oggi hanno problemi di credito. Un richiamo, questo, alle sinergie e a ricreare quel clima di fiducia del quale, in questo Festival di Trento, s’è sentito parlare assai spesso.




