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CINA: SI CHIUDE L’ERA DELLE MULTINAZIONALI

30/05/2009

Culture di impresa a confronto questo pomeriggio alla Facoltà di Sociologia

Dalla paura alla speranza, dalla terra promessa alla dura realtà della contraffazione. I mille volti della cultura imprenditoriale cinese tra rischi e nuove potenzialità.


Contraffazione, prodotti low cost, regole di mercato e tutele assenti o non applicate: tutto questo è stato per tanto tempo sinonimo dell’economia cinese nella percezione degli imprenditori occidentali. Che al tempo stesso, però, la vedevano come terra promessa, mercato da conquistare. Ma cosa è cambiato? La Cina, tra opportunità di sviluppo e differenze culturali profonde, irrompe nel dibattito di un Festival dell’Economia di Trento dedicato proprio al tema dell’identità nella crisi. L’incontro “Affari cinesi: culture d’impresa a confronto”, evento curato da Il Sole 24 Ore, si è tenuto nell’Aula Kessler della Facoltà di Sociologia. A coordinare la tavola rotonda, composta dai imprenditori e rappresentanti del Governo, di Confindustria e della Provincia autonoma di Trento, Rita Fatiguso, giornalista de Il Sole 24 ore, esperta di cultura imprenditoriale cinese.
La giornalista ha voluto introdurre la tavola rotonda con la proiezione di un suo video documentario, che illustra le relazioni industriali, gli investimenti in sicurezza e qualità, avviati dalla Cina. Un Paese emergente, abituato al confronto con i mercati globalizzati e con i grandi marchi internazionali che nel Paese hanno avviato investimenti reali. Ma oggi talento e intraprendenza alla Cina non bastano più.
“La crisi economica sta cambiando il quadro dell’economia mondiale, ma sta anche cambiando la Cina e i suoi rapporti con il resto del mondo”, commenta Beniamino Quintieri, commissario generale del Governo, impegnato nell’organizzazione della partecipazione dell’Italia all’esposizione Universale di Shangai 2010. “Quindici anni fa si guardava alla Cina con preoccupazione, per i problemi legati alla sicurezza, alla stabilità finanziaria, alla contraffazione. L’atteggiamento era abbastanza negativo. Negli ultimi due mesi l’approccio è cambiato: si chiede alla Cina di sostenere l’economia mondiale, di rivalutare la propria moneta per stabilizzare il mercato e di supportare i mercati finanziari interni e quelli occidentali in difficoltà. Oggi si guarda alla Cina con speranza. Lo sviluppo cinese (pil e occupazione) si è avuto con le esportazioni e grazie alle infrastrutture. Nella prima fase erano produzioni a basso costo che invadevano i mercati occidentali. Anche l’Italia è stata toccata, ma non sempre con effetti negativi: il piccolo miracolo economico dell’aumento del tasso di crescita è legato al processo di ristrutturazione che tante imprese italiane hanno dovuto affrontare per resistere alla concorrenza cinese”.
“La Cina è diventata il primo paese al mondo per esportazioni di prodotto ad alta tecnologia: quasi il 30% del volume totale”, aggiunge Quintieri. “Si tratta di un fenomeno più difficile da spiegare. Quello che ha luogo in Cina è in larga parte un processo di assemblaggio, da parte delle multinazionali. E sono proprio loro, le multinazionali, che hanno fatto la parte del leone in questi ultimi 20 anni con circa il 60% delle esportazioni. La Cina, dunque, non è più la terra promessa, come si è ritenuto per alcuni anni. In realtà tanti dei nostri industriali sono tornati con le ossa rotte per via di un’assenza di regole e di garanzie di controllo. L’economia cinese sta cambiando perché si sta sviluppando un mercato interno. Il momento è molto più favorevole rispetto a qualche anno fa. Sembra che la fase di sviluppo basata sulle multinazionali si stia chiudendo, mentre invece si apre quella delle imprese cinesi che sempre più investono capitali all’estero”.
“Occorre trasformare questa richiesta di tecnologia e know-how in un’opportunità di sviluppo per le nostre imprese”, concorda Gianmarco Giorda, direttore operativo ANFIA (Associazione nazionale delle industrie della filiera automobilistica). “Il nostro obiettivo è quello di attirare investimenti in Italia attraverso partnership con le nostre aziende e i nostri centri di ricerca. Abbiamo competenze uniche a livello territoriale. Ma i vincoli sono ancora tanti: i visti di ingresso che limitano l’accesso degli imprenditori cinesi (e non solo) e la logistica carente, con un sistema di porti ancora non adeguato ad accogliere le merci e collegamenti aeroportuali poco efficienti (non esistono voli diretti)”.
“L’identità dell’azienda e del prodotto sta diventando un fattore determinante nel mercato – aggiunge Giovanni Kessler, presidente del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento (già Commissario europeo per la lotta alla contraffazione) - soprattutto ora che l’attenzione è forte sul problema dei falsi. Il marchio non è più importante soltanto per il settore moda. L’80% dei prodotti contraffatti si stima che provenga dalla Cina. Ma la Cina è molto di più: non solo il maggior mercato, ma anche il maggior produttore in alcuni mercati (ad esempio mele e computer). Chi va a vendere in Cina deve essere consapevole che si troverà faccia a faccia con il problema della contraffazione dei propri prodotti. L’applicazione della legge anti-contraffazione in Cina è ben lontana dall’essere efficace. E i danni si vedono: la contraffazione toglie fette di mercato all’azienda e, operando in modo parassitario, trascura qualità e controlli e genera insicurezza nei consumatori, con pesanti di danni di immagine sul marchio e sul sistema in generale. Gli imprenditori, soprattutto in Cina, devono reagire e acquisire una cultura di tutela del marchio. Del resto, tra qualche anno, la stessa Cina avrà interesse a lottare contro la contraffazione, impegnata com’è nella registrazione di nuovi brevetti e marchi”
E la strategia degli accordi di collaborazione al posto delle lotte sta prendendo piede in molti settori, come quello dell’arredo e del design. “Dopo anni di lavoro, lotte e cocenti delusioni siamo riusciti a metterci d’accordo e a instaurare con gli imprenditori cinesi positivi rapporti di collaborazione. Il recente accordo che abbiamo siglato a Pechino rappresenta una svolta”, spiega Roberto De Martin direttore generale Federlegno-Arredo. “In Cina non esiste la cultura del diritto e della proprietà intellettuale. Si copia semplicemente perché è bello. Ma ora l’obiettivo è puntare sui cinesi come consumatori, privilegiando però l’aspetto della qualità, più che della quantità”.
E le aziende italiane sembrano aver colto il messaggio. Ambrogio Caccia Dominioni presidente Tesmec Spa, ha illustrato in questo senso un progetto italiano di infrastrutture e alta velocità in Cina. “In Cina resiste la convinzione che la cultura industriale occidentale sia ancora superiore. Per questo si rivolgono a noi quando c’è un problema da risolvere. Ed è così che abbiamo potuto realizzare questo progetto. La Cina è un Paese di grandi contraddizioni, opportunità ma anche rischi. È un Paese basato sulle realtà locali, tra loro in grande conflitto e questo si è visto molto chiaramente in occasione delle Olimpiadi, quando il Paese ha vissuto un attacco politico e le autorità nazionale ha reagito spingendo sul nazionalismo. A questo si è aggiunta la crisi economica e quelle che l’hanno subita di più sono state le aziende cinesi ad alto tasso di esportazione. Ma questa non è una crisi occidentale, è una crisi globale. E temo che i cinesi non lo abbiano ancora realizzato.”
“Il segreto è imparare a conoscere una cultura totalmente diversa dalla nostra. Solo così sarà possibile stabilire un dialogo”, conclude Federico Vitali, presidente Confindustria Marche e presidente Faam Spa. “Il concetto di faccia, di tempo e di amicizia, ad esempio, sono elementi fondamentali da conoscere profondamente L’errore più grande che tanti hanno fatto è stato quello di andare a insegnare ai cinesi come si fa, come ci si comporta. È l’arroganza che blocca lo sviluppo”.